Il giorno in cui mia madre mi annunciò il fidanzamento, nella mia borsa c'era già la pagina di un giornale del 2011. La portavo con me da tre settimane, piegata in quattro, nascosta tra le bollette, come una prova che non avevo il coraggio di mostrare a nessuno. "Martina, ti presento Enzo. Enzo Comolli, il mio fidanzato." Mia madre sorrideva come non la vedevo sorridere da anni, e io sorrisi anch'io, e strinsi quella mano che aveva stretto chissà quante altre mani, in chissà quante altre città, con la stessa identica storia. Quella sera Enzo aiutò Pina a sparecchiare, Sara gli correva dietro ridendo e lo chiamava zio Enzo, e io pensai alla pagina nascosta nella mia borsa. Pensai che mia madre aveva finalmente ricominciato a vivere. E pensai che qualcuno stava per distruggerle tutto.
Mia madre, Giuseppina, per tutti Pina, aveva sessantasette anni ed era vedova da undici. Mio padre Franco era morto nel cuore della notte, in mezzo al suo noccioleto, con il cuore che si era fermato all'improvviso, come si ferma un orologio che non si carica mai. Erano stati trentotto anni di matrimonio, un agriturismo costruito mattone su mattone, una figlia, una vita intera fatta di stanze da ristrutturare e di tajarin preparati per gli ospiti. Dopo la morte di papà, Pina non aveva mai smesso di lavorare. La sera, però, quando l'ultimo ospite saliva in camera, la vedevo restare seduta in cucina davanti a una tazza di caffè ormai freddo, a guardare il posto vuoto di Franco. Io vivevo ad Alba con Daniele e Sara, a venti minuti da lì, e passavo a trovarla ogni volta che potevo. Ma la solitudine di mia madre era una cosa che non riuscivo a riempire, e lo sapevo.
L'aveva conosciuto alla fiera del tartufo, all'inizio di ottobre. Mi raccontò che le si era avvicinato mentre lei assaggiava un bicchiere di dolcetto, e le aveva detto che suo marito aveva avuto fortuna, a sposare una donna così. "Come facevi a sapere che ero sposata?", gli aveva chiesto lei. E lui: "Perché una donna come lei non può essere sola." Io ascoltai quel racconto sorridendo, mentre mia madre lo ripeteva come una ragazzina. Non pensai che fosse strano, allora. Pensai che era bello, che Pina meritasse un po' di felicità. Enzo Comolli, vedovo, nessun figlio, una vita passata a fare il commerciante in mezzo mondo e un appartamento in affitto a Bra. Un signore educato, sempre in ordine, con i capelli argento e il sorriso pronto. Mia madre si era innamorata, e io ero felice per lei.
Dopo un mese, Enzo cominciò a venire all'agriturismo ogni fine settimana. Dopo due, si trasferì. "Solo per un po', Martina", mi disse mia madre. "Mi aiuta con la contabilità, sai, è una vita che ho tutto in testa e niente in ordine. Il contabile mi costa un patrimonio." Ero contraria, ma che potevo dire? Pina non mi chiedeva il permesso da quando avevo diciotto anni. Enzo era perfetto in ogni dettaglio: prendeva in mano il registro degli ospiti, rispondeva al telefono, sistemava la legna, parlava con i fornitori. Gli ospiti lo adoravano, lo chiamavano il signor Enzo, e lui offriva il caffè a tutti. A me, però, non sfuggiva un dettaglio: non pagava mai niente. Non una bottiglia, non la spesa, non la sua stanza. Vivi in casa mia, mangi alla mia tavola, eppure sempre la stessa frase: "Amore, passa tu, io non ho contante."
La pagina del giornale la trovai una domenica mattina di fine novembre, mentre aiutavo Pina a fare la marmellata di prugne. Mia madre usava i giornali vecchi per coprire il tavolo, un'abitudine che aveva da sempre. "Ecco, prendi quelli sotto la pila", mi disse indicando l'angolo della cucina. Ne presi uno, lo spiegai, e il mondo si fermò. La pagina era de La Stampa, datata 18 aprile 2011. Sopra il titolo, una fotografia in bianco e nero: un uomo sorridente, i capelli argento, un fiore all'occhiello. Lo riconobbi al primo sguardo. Quasi tagliai con il coltello la mano di mia madre. L'articolo parlava di un processo a Cuneo. "Il cacciatore di vedove", lo chiamava il giornalista. Un uomo che aveva corteggiato una pensionata di Saluzzo, si era fatto firmare una procura, le aveva svuotato il conto ed era sparito. Assolto per insufficienza di prove, perché la signora, per la vergogna, non aveva mai voluto raccontare a nessuno quello che le era successo. Il suo nome, in quell'articolo, era Ermanno Rizzi. Nella mia cucina, quel signore si chiamava Enzo Comolli. E stava per sposare mia madre.
Quella notte non dormii. Quando Daniele si addormentò, accesi il computer e cercai per ore. Trovai un articolo del 2005, di un giornale di Genova: una vedova di Nervi, sessantadue anni, un "gentiluomo" conosciuto in crociera, il conto svuotato, il viaggio di nozze mai fatto. La foto era sfocata, ma la ossatura era la sua. Trovai un altro articolo, del 2009: Como, una donna di settant'anni, stessa storia, il fidanzato scomparso con l'assegno circolare. Lui veniva descritto sempre allo stesso modo: educato, elegante, vedovo, nessun figlio, una vita all'estero. Nessuna condanna. Mai. Perché le vittime avevano taciuto per la vergogna, e perché lui cambiava nome e città e ricominciava. Quella notte capii la cosa più spaventosa di tutte: Enzo non era un uomo che aveva sbagliato una volta. Era un mestiere. E mia madre era solo l'ultima delle sue vittime.
Per due settimane vissi con il cuore in gola. Guardavo Enzo portare i fiori a Pina, guardavo mia madre ridere, e pensavo a come dirglielo. Una sera lo sentii al telefono, in cortile, con una voce che non gli conoscevo: "Tranquillo, Gigi, alla mia età non mi cercherà più nessuno. Questa volta il colpo è grosso, l'agriturismo è pulito, senza mutui." Rimasi immobile dietro la porta della cantina con le ginocchia che tremavano. Il colpo. Mia madre era "il colpo".
Il lunedì dopo presi un permesso dal lavoro e andai alla caserma dei carabinieri di Alba. Chiesi del comandante, e mi ritrovai davanti al maresciallo Carlo Riccardi, sessant'anni, occhi stanchi e gentili, due fogli di carta già davanti a lui quando entrai. Gli mostrai la pagina del 2011. La guardò a lungo, poi alzò lo sguardo. "Il cacciatore di vedove", disse. "Gliel'ho dato io quel soprannome, nel 2011. Ero brigadiere a Saluzzo, avevo trentacinque anni, e quella signora piangeva nella mia stazione come piange una bambina. Non fummo mai in grado di chiudere il cerchio." Mi guardò e disse: "Signora, questa volta il cerchio lo chiudiamo."
La parte più difficile fu raccontarlo a mia madre. La chiamai con una scusa, la portai a casa mia, la feci sedere al tavolo e le misi davanti il giornale. Pina lo guardò, guardò me, e per un attimo non capì. Poi lesse il titolo, poi la foto, e il suo viso si spense. "Non è lui", disse. "Dio, Martina, non è lui." Ma lo era, e lei lo sapeva, e per un'ora intera pianse come non l'avevo mai vista piangere, nemmeno al funerale di papà. Poi, piano, successe qualcosa che non mi aspettavo. Si asciugò gli occhi, raddrizzò la schiena, e disse: "E va bene. Se quel signore vuole giocare con me, ci gioco anch'io." Fu in quel momento che capii che mia madre era una donna forte. Lo era sempre stata. Si era solo dimenticata di esserlo.
Il piano fu semplice e crudele, come tutti i buoni piani. Pina avrebbe continuato a fare la fidanzata felice. Io avrei fatto la figlia gelosa che non capisce. Il maresciallo Riccardi avrebbe controllato ogni mossa di Enzo e dei suoi complici. L'occasione perfetta arrivò da sola: il compleanno di Pina, sessantotto anni, alla fine di settembre, con la sala piena di ospiti e parenti. Enzo, che da settimane insisteva con le sue "sorprese", tenne per sé l'annuncio. Eravamo sicuri che avesse scelto proprio quella sera per chiedere la sua parte. Non sbagliavamo.
Nei giorni prima della festa scoprimmo anche il resto. Enzo, con la scusa di aiutare Pina con l'home banking, aveva fatto partire tre bonifici verso una banca slovacca: quarantottomila euro, il gruzzoletto che papà aveva messo da parte per i giorni difficili. Il maresciallo ottenne il blocco dei conti in tempo, senza che Enzo se ne accorgesse. La sera della festa, noi eravamo pronti. Più pronti di quanto lui potesse immaginare.
La sala dell'agriturismo era piena di candele e di gente che voleva bene a mia madre. Alla fine del secondo giro di tajarin, Enzo si alzò, batté sul bicchiere e prese la parola. "Stasera ho due annunci", disse, e Pina gli sorrise con gli occhi lucidi, e io pensai che era un'attrice straordinaria. "Il primo: ho chiesto a questa donna meravigliosa di sposarmi, e lei ha detto sì." Applausi, lacrime, brindisi. "Il secondo annuncio", continuò Enzo tirando fuori un foglio dalla giacca, "riguarda il futuro: Pina e io abbiamo deciso di unire le nostre vite fino in fondo. Ho qui una donazione che ci rende soci a metà dell'agriturismo, con una procura per gestire insieme i conti. Il mio avvocato, il dottor Bonetti, è presente per la firma." Un uomo in doppiopetto grigio si alzò in fondo alla sala. Allora Pina si alzò anche lei, si sistemò il vestito blu, e disse: "Prima di firmare, amore mio, voglio leggerti una cosa. È la mia storia preferita." E dalla borsa tirò fuori la pagina di un giornale del 2011, spiegata con cura, e cominciò a leggere ad alta voce il titolo. "Truffatore di vedove assolto per insufficienza di prove." Il silenzio cadde sulla sala come un lenzuolo.
Enzo diventò bianco. "Cosa fai", disse, "Pina, cosa fai". Ma Pina continuò a leggere, con la voce ferma, fino in fondo, e quando ebbe finito guardò il suo fidanzato e disse: "Vedi, Ermanno, io una volta ho fatto l'errore di fidarmi di te. Non lo farò due volte." Fu in quel momento che si aprì la porta della cucina. Il maresciallo Riccardi entrò con due carabinieri, e nel silenzio totale disse: "Buonasera, signor Rizzi. O preferisce Comolli? Per noi è sempre lo stesso uomo, da quattordici anni." L'avvocato Bonetti cercò di uscire dalla porta sul retro e si ritrovò davanti a un altro carabiniere. Enzo, il gentiluomo dal sorriso perfetto, cominciò a urlare, a dire che era tutta una storia inventata, che la donazione era regolare, che Pina era pazza. Poi il maresciallo gli mise le manette e gli lesse i capi d'accusa: circonvenzione di persona incapace, truffa aggravata, falso. Lo portarono via attraverso la sala, sotto gli occhi dei nostri ospiti, e nessuno disse una parola. Sara si nascose dietro a Daniele e non guardò. Io non so cosa avrei fatto, se non ci fosse stato il maresciallo Riccardi a stringermi la spalla con una mano ferma.
Le notizie della storia uscirono sui giornali locali, e nei giorni seguenti arrivarono le telefonate. Una signora di Bra, una di Asti, una di Imperia: tutte con la stessa voce rotta, la stessa storia, lo stesso "gentiluomo" che le aveva corteggiate vent'anni prima. Tutte avevano taciuto, per la vergogna. Adesso, una per una, andarono a denunciare. Enzo, o Ermanno, o Giulio, o come si faceva chiamare adesso, rimase in carcere in attesa del processo, perché per un uomo che cambia nome da trent'anni non c'è libertà che tenga. I quarantottomila euro tornarono sul conto di Pina, ancora intatti, come se il denaro di papà avesse aspettato il momento giusto per tornare a casa.
Tre mesi dopo, in primavera, Pina e io abbiamo piantato un nuovo nocciolo nel campo, accanto a quello dove si era fermato il cuore di mio padre. L'articolo del 2011, incorniciato, è appeso nell'ingresso dell'agriturismo, sotto la targa con il nome di Franco. "Per ricordare", dice Pina quando gli ospiti le chiedono, "che un sorriso può costare caro, ma la verità costa di più". L'agriturismo adesso ha un giovane gestore che Pina ha assunto perché lei non vuole più fare tutto da sola. A giugno è partita per la sua prima vera vacanza: il mare, con noi. L'ho vista piangere di gioia davanti al treno, e ho pianto anch'io. Mia madre ha sessantotto anni, l'agriturismo di famiglia, la figlia che le vuole bene, una nipote che la adora e un nuovo nocciolo in campo. E una sera, davanti a un bicchiere di dolcetto, alzando il calice verso il campo al tramonto, mi ha detto: "A noi, Martina. Alle donne che non si fanno più prendere in giro." E per la prima volta dopo tanto tempo, ho riso davvero, insieme a lei.