Al funerale di papà, Elvira non pianse. Indossava un tailleur nero che costava più di un mese delle mie entrate, e restò in disparte sotto il portico del cimitero con gli occhi asciutti, mentre io distribuivo strette di mano e parole di ringraziamento a gente che non vedevo da anni. Quando il sacerdote finì e la folla cominciò a diradarsi, lei mi venne incontro con passo deciso, senza ombra di esitazione
«Walter, possiamo parlare?».
«Ora non mi sembra il momento, Elvira».
«Papà mi ha promesso metà del negozio» disse, senza scaldarsi. «Me l'ha detto al telefono, tre giorni prima di morire. Io preferirei risolvere da famiglia, ma se serve, lo farò valere».
Quelle parole mi caddero addosso come una secchiata d'acqua gelata. Ero lì,con gli occhi arrossati e le mani ancora sporche di terra appena gettata sulla bara,e mia sorellastra mi parlava di quote. Ma forse avrei dovuto capire da subito che quella era soltanto la prima mossa di una partita che mi avrebbe cambiato la vita
Mi chiamo Walter Bertola e da quarantacinque anni la mia vita ruota attorno a un solo posto:il negozio di dischi che mio padre Franco aveva aperto nel 1968,due passi da via Po,a Torino. Un locale stretto e profondo,con gli scaffali di legno scuro che mio padre aveva costruito con le sue mani e un profumo di carta stampata e plastica di vinile che non somiglia a nessun altro profumo al mondo. Lì dentro sono cresciuto,a sedici anni lavoravo già dietro il bancone nei pomeriggi dopo scuola
Mia madre morì quando ne avevo undici,di una malattia che all'epoca non si curava e che nessuno ebbe il coraggio di spiegarmi fino in fondo. Papà rimase solo per anni,poi conobbe Giovanna,una vedova di Grugliasco con una figlia di dieci anni,Elvira. Si risposarono quando io ne avevo diciassette. Non fui un figliastro crudele,giuro. La lasciai entrare in casa nostra,le feci spazio,le regalai un paio di dischi dei Pink Floyd che adoravo. Ma lei rimase sempre ai margini,come una che osserva da fuori la festa degli altri
Elvira era più piccola di me di diciotto anni,e forse è lì che è nato tutto. Io ero già grande,ero già il figlio vero,quello che avrebbe ereditato il negozio. Lei arrivò dopo,quando i ruoli erano già stati scritti. E per quanto papà cercasse di volerle bene,di regalarle dischi,di portarla qualche volta al lavoro,lei si sentì sempre un'ospite. A vent'anni se ne andò a Milano e da lì veniva giusto per le feste comandate. Papà le scriveva cartoline,le comprava regali. Io le mettevo da parte e glieli consegnavo al posto suo,quando lei non veniva mai
Al funerale mi aspettavo dolore,commozione,ricordi. Mi aspettavo di abbracciare i vecchi clienti di mio padre,di stringere la mano ai musicisti che avevano suonato nei suoi locali. Non mi aspettavo una causa. Eppure,tre giorni dopo la cerimonia,Elvira era già dal notaio. Mi arrivò una raccomandata con la firma di un avvocato di Milano,un certo Paglieri,che dichiarava come Elvira,in qualità di figlia della moglie di Franco Bertola,vantasse diritto a una quota dell'asse ereditario comprendente il negozio di dischi,il magazzino e la collezione
Una settimana dopo la lettera,Elvira si presentò in negozio con un uomo in doppiopetto che annusava l'aria come un pesce fuor d'acqua. L'avvocato tenne lo sguardo fisso sul mio bancone,dove ancora troneggiava il vecchio giradischi di papà,e disse chiaro e tondo che la cosa migliore per tutti sarebbe stata vendere. «C'è un investitore di Ivrea interessato al locale» continuò. «Ne farebbe un cocktail bar. Il valore dell'immobile è buono,signor Bertola. Non lasci che i ricordi le impediscano di ragionare»
Alzai lo sguardo verso l'insegna sopra la vetrina,quella con le lettere consumate che diceva"Dischi Franco Bertola dal 1968". Il negozio di papà era la mia vita. Era il posto dove si era rifugiato dopo la morte di mia madre,dove io avevo imparato a riconoscere un vinile dalla prima tiratura guardando solo la copertina,dove ogni giovedì sera un gruppetto di fedelissimi si ritrovava per ascoltare un album intero in silenzio,come in una cerimonia. Aldo,che aveva suonato la batteria in mezzo mondo,la signora Wanda,che comprava un disco al mese da cinquant'anni,il maresciallo De Santis,che veniva in divisa e si scioglieva come neve al sole davanti a un vecchio 33 giri di Celentano
Il negozio non guadagnava più come una volta. Lo ammetto. I computer e i telefoni avevano ucciso il commercio dei dischi,e le saracinesche dei negozi concorrenti si erano abbassate una dopo l'altra,come in un domino. Ma io tenevo duro. Pagavo le bollette con la pensione di papà e con qualche lavoro serale,e ogni centesimo che entrava lo rimettevo in quello scaffale,in quella vetrina,in quel mondo che era il suo testamento più vero. Venderlo sarebbe stato come vendere mio padre
Elvira,però,non scherzava. Mi umiliò davanti a un cliente:«Vendi polvere a dei vecchi,Walter. Questa roba interessa solo ai morti come te». Pensavo che quelle parole mi avrebbero fatto male per sempre,ma in realtà erano solo l'antipasto. Il piatto forte arrivò una mattina di ottobre,quando il sole entrava dalle serrande socchiuse e io scesi nel magazzino a prendere una scatola di 45 giri nuovi
Il magazzino era semivuoto
Gli scaffali in fondo,dove papà custodiva la sua collezione più preziosa,i suoi tesori,erano nudi. Spariti. La teca di legno con la chiave,quella dove teneva le prime stampe,le rarità,il 45 giri di Domenico Modugno"Nel blu dipinto di blu",il disco di Battisti,la copia originale della"Buona novella"di De André,tutto era sparito. Restava soltanto un vuoto che puzzava di cera e di legno vecchio,e il mio respiro corto che rimbalzava contro i muri
La prima cosa che feci fu chiamare Luca,il ragazzo che mi aiutava al bancone da due anni,uno studente del Politecnico con la passione del vinile. Ma Luca non c'entrava niente,lo capii subito. Era bianco come un lenzuolo quando gli raccontai,e mi confessò,in un sussurro,che Elvira era venuta una sera a fine settembre. «Mi ha detto che voleva guardare le cose di papà,un'ultima volta» singhiozzò. «Mi ha chiesto le chiavi del magazzino. Era di famiglia,signor Walter. Com'è che potevo dirle di no?»
Non lo licenziai. Non ne ebbi il coraggio,e forse neppure il diritto:il colpevole non era lui,era la sua giovinezza,la sua fiducia. Ma quando quella stessa settimana Elvira venne in negozio,con quel suo sorriso di porcellana,io non riuscii a trattenermi. Le dissi della collezione,della teca svuotata,e lei,senza battere ciglio,mi guardò dritto negli occhi
«Prova che sono stata io,Walter. Prova che sono stata io.»
Ebbe il coraggio di ridere mentre lo diceva. Quel riso mi rimase dentro come una scheggia. Per giorni non riuscii a dormire,a mangiare,a stare fermo. Passeggiavo per il negozio come un fantasma,riaprendo la teca vuota sperando che fosse stato un incubo,rileggendo il quaderno nero di papà,quello dove,pazientemente,aveva catalogato ogni disco della sua collezione con un numero d'ordine scritto a matita sulla busta interna:"Coll. Franco – N° 17","Coll. Franco – N° 23". Numeri che mio padre aveva ricopiato per quarant'anni,e che io conoscevo a memoria
Fu il professor Granelli,un cliente storico,a darmi la pista. Mi telefonò una sera di ottobre,alla solita ora,con la voce accigliata:«Walter,c'è una cosa strana. Ho visto tre vinili sul sito di un'asta a Milano,una casa d'aste seria,la Bertoni. Due sono di Battisti e uno è quel Modugno che tuo padre teneva in teca. Le foto mostrano la busta interna con la scritta a matita. Io quella grafia la riconoscerei tra mille»
Mi precipitai al computer come un matto. E lì,sullo schermo,vidi la busta interna del 45 giri di Modugno:"Coll. Franco – N° 1". La grafia di mio padre,quei numeri scritti con la mano ferma,quella mania di ordine che gli era rimasta dal mestiere di operaio Fiat prima di aprire il negozio. Il venditore del lotto era indicato come"Sig.ra Elvira Castellani",e la sede era una galleria milanese
Il maresciallo De Santis,quello del giovedì sera,quello che ascoltava i dischi con gli occhi chiusi,mi ascoltò con pazienza e poi prese in mano la situazione. Mi fece portare il quaderno nero,fotografò le pagine,contattò la casa d'aste. E la casa d'aste,messa di fronte alla prova della proprietà,bloccò i lotti e chiamò la gallerista,che a sua volta,davanti alla prospettiva di un'accusa di ricettazione,crollò in un pomeriggio. Il gallerista di Milano aveva pagato Elvira in contanti per la collezione,un anticipo che lei aveva già investito nell'affitto di un locale in via Mazzini,dove stava per aprire un atelier tutto suo
Il piano di De Santis era semplice:non avvisarla,lasciarla inaugurare,e colpirla nel momento di massima luce,davanti a tutta la Torino che conta. E così,una sera di fine ottobre,mentre Elvira brindava all'ingresso del suo nuovo atelier con sorrisi e calici di spumante,io entrai con il maresciallo in borghese e due agenti
«Elvira Castellani» disse De Santis,aprendo il tesserino. «La seguiamo per ricettazione e concorso in furto della collezione di vinili appartenuta a Franco Bertola»
Il silenzio fu così totale che si sentiva il ticchettio del riscaldamento. Le facce degli invitati si girarono verso di lei,e per la prima volta vidi mia sorellastra perdere quell'aria di sufficienza che la accompagnava. Le portarono via il quaderno nero,le buste interne sequestrate,il contratto di compravendita con la galleria milanese. La portarono via davanti a tutti,con i tacchi alti che battevano il pavimento del suo bel negozio nuovo di zecca,il negozio che non avrebbe mai aperto veramente
Giovanna,sua madre,stava in piedi in mezzo alla folla col bicchiere in mano,e non disse una parola. La guardai a lungo. Non provai odio,né per lei né per la figlia. Provai qualcosa di più leggero,di più definitivo:la stanchezza di chi ha combattuto e ha vinto,e il silenzio di chi sa di aver finalmente chiuso un conto aperto da troppo tempo
I dischi tornarono a casa nel giro di un mese,restituiti dalla Procura dopo le formalità. Il 45 giri di Modugno tornò nella teca,al suo posto,come se non fosse mai uscito da lì. E con lui tornarono Battisti,De André,i tesori di papà. Li rimisi tra i numeri del quaderno nero con le mani che tremavano,uno per uno,come si ricompone una famiglia
Elvira affrontò un processo che la vide patteggiare,perdere il locale,perdere i soldi,perdere anche la stima di sua madre,che non andò mai più a trovarla. Qualche tempo dopo partì di nuovo,questa volta per l'estero. Non so dove sia. Suppongo che stia ancora cercando un posto del mondo dove sentirsi a casa,senza capire che una casa non si prende,si costruisce
E io? Io resto qui,tra i miei scaffali,tra le mie polveri,come diceva lei. Ma da quella teca vuota è nata una cosa che non mi aspettavo. Luca,il ragazzo che si era fidato della persona sbagliata,ha cominciato a organizzare le serate del giovedì con una dedizione che mi commuove. Mia figlia Martina,che viveva a Bologna,è tornata a Torino per darmi una mano:ha fatto le foto al negozio,ha aperto una pagina su internet,ha riempito il locale di ragazzi giovani che non sapevano nemmeno cosa fosse un vinile e ora si fermano ore ad ascoltare
Il negozio ha ripreso a respirare. Non diventerò ricco,lo so,ma non è mai stato questo il punto. Il punto era restare fedeli a qualcosa,a un numero scritto a matita su una busta,a un suono che non si può scaricare,a una promessa fatta a un uomo che non c'è più. Ogni sera,prima di abbassare la serranda,metto un disco sul giradischi di papà. Chiudo gli occhi e lo sento ancora lì,al suo posto,a sorridermi da quell'angolo di negozio che è stato il suo regno
E mi sembra di sentirlo dire,come faceva sempre quando qualcuno dubitava di noi:«La musica vince su tutto,Walter. Anche sui cattivi». Aveva ragione,papà. Come sempre