Mio Patrigno Mi Cacciò dalla Bottega di Papà Dopo la Morte di Mamma. Non Sapeva che Aveva Già Una Moglie a Savona

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Il giorno in cui Osvaldo mi cacciò dalla bottega di mio padre, pioveva da tre ore.

«Questa bottega ora è mia, Stefano. Ti conviene uscire prima che chiami qualcuno.»

Pronunciò quelle parole il mattino dopo il funerale di mia madre, con la mano appoggiata sul banco di noce massello dove mio padre Nino aveva lavorato per quarant'anni. Quel banco portava ancora il segno dello scalpello scivolato nel 1984, quando papà aveva sbagliato un colpo e si era maledetto per un'ora. Era un graffio che conoscevo meglio delle mie stesse rughe.

«Osvaldo, queste cose sono…»

«Sono mie», tagliò corto. Tirò fuori dalla tasca un foglio piegato in quattro e me lo agitò sotto il naso, come si fa con un bambino. «Tua madre me li ha donati. Casa, bottega, attrezzi. C'è la firma, c'è il notaio. Se hai qualcosa da ridire, fallo con lui.»

Avevo qualcosa da ridire, eccome. Ma in quel momento non avevo la voce per dirlo.

Mia madre Carla era morta la settimana prima, serenamente, nel sonno. Era stato il medico di famiglia a dirmelo, ed era stata l'unica notizia buona di quegli ultimi mesi. Ma quella mattina, sotto la pioggia, con l'odore di legno e cera che non respiravo da anni, sentii il dolore cambiare forma. Diventò rabbia. E la rabbia, allo stomaco, pesava come un macigno.

Osvaldo non era entrato nella nostra vita da eroe. Era entrato da fornitore di legnami, con la sua valigetta di cuoio e un sorriso che, anche allora, non mi era mai piaciuto del tutto.

Mio padre comprava da lui da dieci anni. «L'abete di Osvaldo è il migliore della zona», diceva sempre Nino, e forse era vero. Poi papà morì, in un pomeriggio di maggio, stroncato da un infarto mentre piallava una tavola di rovere. Aveva settantadue anni ed era morto facendo l'unica cosa che gli piaceva fare: il suo mestiere.

Mamma rimase sola, con la bottega e con me. Io avevo appena aperto un piccolo laboratorio di restauro a Torino, e per un po' andammo avanti così: lei al paese, io in città, il telefono la domenica. Poi, al mercato di Alba, Osvaldo «per caso» le offrì un caffè. Le condoglianze si trasformarono in amicizia, l'amicizia in corteggiamento. Tre anni dopo la morte di papà, mamma mi chiamò per dirmi che si sarebbe risposata.

Non ero felice. Ma ero suo figlio, e la vidi sorridere come non la vedevo sorridere da anni. Così dissi di sì al matrimonio, brindai con il barolo di famiglia e cercai di voler bene a quell'uomo che odorava di sigaro e di legno stagionato.

Per un po' andò bene. Osvaldo si trasferì da mamma, in quella casa che era stata di nonno Umberto. Diceva che la pensione da rappresentante non bastava per due, e che «la bottega di Nino» poteva fruttare ancora qualcosa. Mamma, che non aveva mai capito nulla di commercio, gli affidò i libri. Io, nel mio laboratorio di Torino, non ci feci troppo caso: ero felice che lei fosse felice.

Poi cominciarono le telefonate.

«Stefano, Osvaldo dice che il commercialista consiglia di intestare la casa a lui. Per le tasse, capisci?»

«Stefano, abbiamo deciso di rinnovare la bottega. Osvaldo dice che è meglio mettere tutto a nome suo, così se succede qualcosa a me tu non hai grane.»

«Stefano, non prendertela se non vieni più in bottega. Osvaldo dice che ti distrai dal tuo lavoro.»

Le mandai una lettera, la seconda, la terza. Le dissi di stare attenta. Le dissi che un uomo che chiede di intestare tutto a sé non è un uomo che pensa alle tasse. Mamma si offese, e la cosa più dolorosa fu sentire la sua voce dall'altra parte del telefono, fredda come non era mai stata: «Osvaldo dice che sei geloso. Osvaldo dice che vuoi solo i soldi di tuo padre.»

Osvaldo diceva. Osvaldo diceva. Mannaggia a lui, sembrava un disco rotto.

Mia madre si ammalò cinque anni fa. Il morbo di Parkinson, diagnosticato in ritardo, come spesso accade. Le gambe diventarono incerte, le mani le tremavano, e Osvaldo si trasformò nel marito perfetto: la accompagnava alle visite, le teneva la mano, le parlava piano. Io, che vivevo a Torino, mi sentii in colpa. Ogni volta che tornavo al paese la trovavo più piccola, e lui più premuroso, e io più estraneo.

«Vedi?» diceva mamma, con quella voce che diventava fievole. «Osvaldo mi vuole bene. Lui non mi ha mai lasciata sola.»

Non le dissi quello che avevo scoperto per caso, sei mesi prima della sua morte: che Osvaldo aveva fatto saldare una cassaforte nello stanzino della bottega, e che ci teneva dentro qualcosa che non era legno. E non le dissi nemmeno che il notaio Grimaldi, quello storico di famiglia, non era più il notaio di mamma: Osvaldo aveva cambiato tutto, portandola da un suo conoscente di Asti.

Mamma morì a metà ottobre. Se ne andò in silenzio, come aveva vissuto gli ultimi anni, con la mano di Osvaldo nella sua. Io ero a Torino, e non feci in tempo a dirle addio. È una cosa che non mi perdonerò mai del tutto.

Al funerale, Osvaldo indossò un cappotto nero nuovo e strinse mani come un politico. «Carla era la mia vita», ripeteva alle signore del paese, che annuivano commosse. Poi, il giorno dopo, mi cacciò dalla bottega.

Passai due settimane a non dormire. Il graffio sul banco di papà, la cassaforte nuova, la firma di mamma su quei documenti: non riuscivo a togliermele dalla testa. Così, una mattina, andai da Cristiano.

Cristiano era il mio compagno di banco alle elementari. Da vent'anni lavorava all'anagrafe del Comune di Alba, e quando lo vidi dietro il vetro dello sportello, con gli occhiali appollaiati sul naso, mi venne da sorridere per la prima volta dopo tanto tempo.

«Ste', che ti serve?» mi chiese, abbassando la voce.

«Un certificato», dissi. «Di stato di famiglia di Osvaldo Ferraris. E se puoi, anche l'estratto di matrimonio.»

Cristiano inarcò un sopracciglio, ma batté qualche tasto. Dopo un minuto, il suo sguardo cambiò. Mi fece segno di passare dietro.

«Ste', questo non te lo stampo», mormorò, indicandomi lo schermo. «Ma ti consiglio di guardare bene, e di fare una foto con il telefono.»

Davanti ai miei occhi, sul monitor del Comune, c'era la verità che avrebbe cambiato tutto. Osvaldo Ferraris risultava sposato. Non con mia madre. Con una donna di nome Wanda Ferraris, nata Rovati, dal 14 settembre 1979. E nell'atto, in bella evidenza, non c'era alcuna annotazione di divorzio. Nessuna sentenza. Nessuna data di cessazione.

«È… è possibile?» balbettai.

«In teoria no», disse Cristiano. «In pratica, pare che il tuo patrigno sia ancora legalmente sposato con un'altra da quarantacinque anni.»

Il matrimonio di mia madre con quell'uomo, celebrato nella chiesa di San Giovanni, era nullo. Tutto ciò che Osvaldo aveva ottenuto da mia madre con donazioni e pressioni, tutto ciò che aveva messo a suo nome approfittando della sua malattia e della sua fiducia, era appeso a un filo sottilissimo.

E io, per la prima volta, vidi la strada.

Trovai Wanda dopo dieci giorni. L'ultima residenza risultava a Savona, in una via che dava sul porto. Scoprire dove viveva una persona non era difficile, per chi aveva la pazienza di cercare. E io di pazienza, in quel periodo, ne avevo fin troppa.

Quando suonai, pensai che non avrebbe aperto. Poi la porta si aprì di uno spiraglio, e apparve una donna di settant'anni, magra, con i capelli bianchi raccolti in una treccia e gli occhi che avevano visto troppo. «Chi è?» chiese, con la voce roca.

«Buongiorno. Cerco Wanda Rovati. Mi chiamo Stefano, sono il figliastro di Osvaldo Ferraris.»

Per un attimo pensai che mi avrebbe chiuso la porta in faccia. Invece socchiuse gli occhi, respirò a fondo, e disse: «Così quello schifo è ancora vivo.»

Mi fece entrare. E per due ore, davanti a una tazza di caffè ormai freddo, Wanda mi raccontò tutto.

Osvaldo l'aveva sposata nel 1979, a Genova. Lei aveva ventiquattro anni, lui ventisette, e per dieci anni avevano fatto la vita di una coppia normale: un figlio che non era mai arrivato, un appartamento in affitto, un futuro che sembrava scritto. Poi, nel 1989, Osvaldo l'aveva lasciata. Senza una spiegazione, senza un documento, senza una parola. Era salito su un treno e non era più tornato, lasciandola con il mutuo e con le domande.

«Non ho mai chiesto il divorzio», mi disse, con gli occhi lucidi. «Per vergogna, forse. O per orgoglio. Quando mi dissero che si era risposato con un'altra, capii che lo aveva già fatto, e che la legge non gli importava nulla. Io sono rimasta qui, a chiedermi se ero io quella sbagliata.»

Le mostrai i documenti che Cristiano mi aveva aiutato a recuperare, in forma legale questa volta, tramite un avvocato di Asti che conosceva mio padre. Wanda li guardò a lungo, in silenzio. Poi alzò gli occhi su di me e disse: «E adesso, cosa vuoi fare?»

«Adesso lo seppellisco», risposi. «E lei, se vuole, può finalmente essere libera.»

Il piano era semplice, e per questo era perfetto. Osvaldo, convinto di aver vinto, aveva già trovato un antiquario di Milano disposto a svendere i mobili della bottega: pezzi di noce che lui voleva trasformare in contanti prima che qualcuno facesse domande. Il rogito era fissato per il primo venerdì di dicembre, nello studio di un notaio di Asti.

Io non ero invitato. Ma non mi sarei lasciato fermare da un dettaglio del genere.

Il giorno del rogito pioveva di nuovo, come il giorno in cui mi aveva cacciato. Nello studio del notaio, Osvaldo era seduto accanto all'antiquario, con il cappotto nero del funerale di mamma e un sorriso che sembrava dipinto. Quando entrai, senza bussare, il suo sorriso si spense.

«Stefano. Come hai fatto… questo non ti riguarda. Esci, o chiamo chi di dovere.»

«Chiama pure», dissi. «Anzi, ti presento qualcuno.»

Wanda entrò alle mie spalle. Indossava un cappotto blu, aveva i capelli sistemati, e negli occhi c'era una fierezza che non le avevo visto nei giorni in cui l'avevo conosciuta. Osvaldo la guardò come se avesse visto un fantasma.

«Osvaldo», disse Wanda, con una calma che gelò anche me, «sono quarantacinque anni che aspetti di fare i conti con me.»

Il notaio, un uomo paziente di sessant'anni, posò la penna. «Signor Ferraris, lei conosce questa signora?»

Osvaldo non rispose. Aprì la bocca, la richiuse. I suoi occhi correvano dalla carta al muro, dal muro alla porta, come quelli di un animale in gabbia. E io capii, in quel momento, che non aveva mai davvero creduto di poter essere scoperto.

«Signor notaio», dissi, piazzando sul tavolo una cartellina marrone, «qui dentro c'è l'estratto di matrimonio di Osvaldo Ferraris con Wanda Rovati, celebrato a Genova nel 1979. Non c'è alcuna sentenza di divorzio. Il matrimonio di mia madre con quest'uomo non è mai stato valido, e le donazioni che lui le ha estorto mentre era malata sono prive di fondamento.»

L'antiquario di Milano si alzò, pallido come un lenzuolo. «Io non voglio avere nulla a che fare con questo», borbottò, e uscì dallo studio senza voltarsi.

Osvaldo rimase seduto. Solo, in quel grande studio, con il suo cappotto nero e il suo mondo che gli crollava addosso, mattone dopo mattone. «Lei era d'accordo», sibilò, indicando Wanda con un dito tremante. «Lei… Carla era d'accordo, voleva che…»

«Mia madre non sapeva nulla», lo interruppi. «E tu lo sai bene. L'hai presa quando era debole, l'hai convinta che avevi bisogno di firme, l'hai portata da un notaio che non l'aveva mai vista prima. Ma adesso, Osvaldo, i giochi sono finiti.»

Il notaio, che nel frattempo aveva chiamato il suo studio legale di fiducia, ci comunicò con voce misurata che l'atto di donazione poteva essere impugnato, che la situazione sarebbe finita in tribunale, e che lui, personalmente, non avrebbe mai rubricato alcunché in quelle condizioni. E aggiunse, con un tono che non ammetteva replica, che un certificato penale sul falso documentale era l'ultima cosa di cui Osvaldo avrebbe avuto bisogno a settantadue anni.

Lui non disse più nulla. Si alzò, mise in ordine il cappotto, e uscì. Lo rividi, più tardi, mentre attraversava piazza Duomo con la valigetta di cuoio stretta al petto: la stessa con cui era arrivato in paese, quindici anni prima. Da quel giorno, ad Alba, non l'ho più visto.

Wanda ottenne l'annullamento che le spettava da una vita. Ci scriviamo ancora, ogni tanto. Mi ha mandato una cartolina da Genova, lo scorso Natale, con scritto: «Grazie, Stefano. Ora so di non essere mai stata io quella sbagliata.» Non so se piangere o sorridere, quando la leggo. Faccio tutte e due le cose.

La bottega tornò a me. Non è stato facile, e in tribunale ci vorrà del tempo per cancellare anche l'ultima firma falsa. Ma i documenti veri di mamma erano conservati in un cassetto del banco di noce, dove papà teneva le ricevute: li aveva lasciati lei, negli ultimi mesi, come se sapesse. E questo mi dà una pace che non so spiegare.

Oggi la bottega si chiama di nuovo «Ebanisteria Nino», come ai tempi di papà. Ci lavoro con Luca, mio figlio, che ha lasciato un contratto a tempo indeterminato a Torino per tornare al paese. Lui non ha conosciuto il nonno, ma ha imparato a sentire il profumo del legno come lo sentivo io a dieci anni.

Ogni mattina, prima di aprire, passo la mano sul graffio del 1984. E ripenso a Osvaldo, alla sua valigetta, al suo sorriso dipinto. Alcune persone pensano di poter prendere tutto, se aspettano abbastanza a lungo. Poi dimenticano che esiste la verità, e che la verità, prima o poi, trova sempre la strada di casa.

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