La sera in cui Daniele Riva salì sul palco del salone consiliare e annunciò che la scuola elementare del nostro paese sarebbe stata venduta a una catena di supermercati, tutti nella sala trattennero il fiato.
Io sorrisi.
Seduta in seconda fila, con il cappotto blu che mi aveva regalato Chiara per Natale, vidi il mio ex alunno di seconda B — perché sì, Daniele Riva era stato un mio alunno, come quasi tutti gli adulti di questo paese — gonfiare il petto davanti al microfono e parlare di "opportunità di sviluppo per la comunità". Parlava come un volantino elettorale. Ma non dissi nulla.
"Signora Ferrettti, lei non dice niente?" mi sussurrò Gina, la mia collega di una vita, che sedeva accanto a me con il foulard viola sempre un po' storto
"Niente, Gina. Per ora."
"Ma la scuola... ci hanno studiato i nostri figli. I tuoi alunni. Trent'anni di quaderni e campanelle..."
"Quaranta, Gina. Quarant'anni." Sorrisi di nuovo e le strinsi la mano. "E proprio per questo non ho fretta."
Mio nonno Giuseppe Ferretti non era un uomo ricco. Faceva il falegname, aveva due mani grandi come badili e una sola parola quando decideva qualcosa. Nel 1936, quando il comune cercava un terreno per aprire la scuola elementare del paese, nonno Giuseppe si presentò dal podestà con la sua giacca buona e disse: "Il terreno lo do io. Dietro casa c'è quel prato che non serve a nessuno. Ci mettete la scuola."
Il podestà si meravigliò. Si parlava di soldi, di rogiti, di carte. Nonno tirò fuori dal taschino un foglio spiegazzato e disse la frase che mia madre mi ripeté per tutta la vita: "La do volentieri, ma con una condizione. Finché ci saranno bambini che imparano a leggere in questo paese, la terra è della scuola. Se un giorno la scuola chiude, il terreno torna ai Ferretti. Io lo scrivo nel rogito e ci metto la firma."
Io sono nata in quella casa, a due passi dal prato di mio nonno. Ho visto la scuola crescere: prima due aule, poi la mensa, poi il cortile con il tiglio che mio nonno piantò con le sue stesse mani la primavera dell'inaugurazione. Quando la campanella suonava, la sentiva tutto il paese. Era il nostro orologio, il cuore del borgo.
Ho cominciato a insegnare lì a ventisette anni, appena presa l'abilitazione. La prima classe che ebbi era fatta di quattordici bambini, figli di contadini e di operai, che entravano in aula con le scarpe impolverate e gli occhi pieni di curiosità. Alcuni non avevano neppure il grembiulino nuovo: i miei alunni di allora sono diventati medici, artigiani, imprenditori. Altri sono rimasti qui, a fare il pane o a coltivare i vigneti.
Ho insegnato a leggere e a scrivere a tre generazioni. Ho visto bambini diventare padri e portarmi i loro bambini per la prima campanella. Ho tenuto lezioni d'estate per i più lenti, ho comprato i libri con i miei soldi quando le famiglie non potevano, ho asciugato lacrime, aggiustato ginocchia sbucciate e distribuito caramelle il giorno di Carnevale. Mio marito Roberto mi diceva sempre: "Tu la scuola la porti nel sangue, Elena. Quando la toccano, toccano te."
Quando andai in pensione, sette anni fa, la scuola contava ormai trentadue alunni. Una volta erano duecento. Come in tanti paesi, i giovani se n'erano andati: chi a Milano, chi all'estero, chi nelle città grandi. Il paese invecchiava, e con lui le sue aule. Il sindaco prima di Daniele aveva promesso aiuti e fondi, ma non aveva fatto nulla. Daniele, in campagna elettorale, aveva giurato:""Bambini prima di tutto."
Poi è arrivata la proposta della Magnoli S.p.A., una catena di supermercati che voleva il terreno della scuola per costruire un punto vendita da duemila metri quadrati. E le promesse sono svanite come neve al sole.
Il giorno dopo il consiglio, Daniele Riva mi fermò in piazza davanti a tutti. ""Maestra, non mi guardi così. Sa quanto vale quell'area? Il signor Magnoli darà lavoro a trenta persone. Trenta! La scuola la possiamo spostare nella sala parrocchiale."
"La sala parrocchiale non ha le aule, Daniele. Non ha il riscaldamento per l'inverno."
"Le aule si fanno. Ci pensano i moduli prefabbricati."
"E il giardino? E il tiglio dove i bambini fanno merenda all'ombra? E la campanella che scandisce la vita di questo paese?"
Lui rise, una risata giovane e sicura,la risata di chi non è mai stato contraddetto. ""Maestra, lei è rimasta com'era nel 1985. Il mondo cambia. Io devo pensare al bilancio, non alle poesie."
Alcuni passarono senza salutarmi. Altri, come sempre, abbassarono gli occhi e tirarono dritto. Il paese si era diviso in due: chi diceva ""la maestra ha ragione, quella scuola è la nostra storia"", e chi diceva ""il lavoro è il lavoro, e ormai di bambini ce ne sono pochi"". Io non risposi a nessuno. Tornai a casa, misi su l'acqua per il caffè e restai a guardare dalla finestra il tetto della scuola, oltre i tetti delle case.
La notte in cui i tecnici della Magnoli piantarono la prima palizzata di cantiere davanti al cancello, io non dormii. Alle sei del mattino ero già in chiesa, dove Don Ezio, che aveva conosciuto mio nonno da ragazzo, mi accolse in sacrestia con una tazza di tiglio fumante
""Cerco l'atto, Ezio. Quello del '36. Papà mi disse che l'originale era custodito qui, in parrocchia. Io ho solo una copia, vecchia e sbiadita."
Don Ezio posò la mano su una vecchia cassapanca di legno scuro, quella dove conservava i registri dei battesimi e delle cresime. Ne tirò fuori un telo cerato, e dal telo un documento che al solo guardarlo mi fece battere il cuore:""Atto di donazione con condizione di ritorno. Rogito del notaio Ferranti, 12 marzo 1936."" Lessi le parole che mio nonno aveva voluto scolpite nella carta:""Se la scuola cesserà di esistere in qualsiasi tempo, il fondo ritornerà nella piena proprietà dei discendenti del donatore, in perpetuo."
Per la prima volta dopo settimane, sentii il petto alleggerirsi. Ma sapevo che un foglio, da solo, non basta. La settimana dopo presi il treno per il capoluogo e bussai allo studio di Marco Bellini. Marco era stato il mio alunno più discolo della quinta del 1989, quello che tirava le palline di carta mentre spiegavo la geografia. Ora era un avvocato rispettato, con una scrivania grande quanto la mia vecchia cattedra.
""Maestra."" Mi guardò con quegli occhi da ragazzino birichino che non aveva mai perso. ""Mi dica che non è vero che vogliono vendere la scuola."
""È vero, Marco. E ho bisogno di te."
Stesi il telo cerato sulla sua scrivania. Marco lesse il rogito due volte, in silenzio, poi fischiò piano. ""Maestra, questo è oro puro. Sa cosa c'è scritto qui? Che il comune, al catasto, risulta proprietario solo per una trascrizione del 1974. Se in quella trascrizione il comune dichiarò che il donatore non aveva posto condizioni, mentre l'atto dice che le condizioni c'erano eccome..."" Alzò gli occhi. ""...allora quella trascrizione si può impugnare. E la proprietà torna ai Ferrettti."
""E la vendita?"
""La vendita crolla come un castello di carte."
Una settimana dopo, Daniele convocò una conferenza stampa. Davanti alle telecamere della televisione locale annunciò che la firma del contratto sarebbe avvenuta il primo del mese, davanti al notaio, in persona del signor Magnoli. ""È un giorno storico per il nostro paese,"" disse con la voce impostata del politico navigato. ""Nuovi posti di lavoro, un punto vendita moderno, e finalmente un po' di movimento in questo borgo addormentato."
Aggiunse, guardando dritto in camera:""E mi rivolgo a chi frena il progresso con le nostalgie del passato:la storia si rispetta, ma non si può vivere di ricordi."
Tutti capirono che parlava di me. Chiara mi chiamò da Torino, quella sera, con la voce rotta. ""Mamma, ho letto tutto. Ti prego, non fare la guerra. Quella gente ha i soldi, gli avvocati, le televisioni. Tu hai la pensione, la casa, i tuoi nipotini. Vuoi passare gli ultimi anni della tua vita in tribunale?"
""Chiara, io ho un atto che dice che quella terra è nostra."
""Un foglio del '36, mamma. È passato un secolo."
""Non è un foglio qualunque. È un rogito notarile. E tuo nonno ci credeva così tanto che l'ha fatto custodire in parrocchia come una reliquia."
Lei sospirò. ""Fai come vuoi."" E riattaccò.
Il lunedì dopo, due operai della ditta incaricata arrivarono al cancello con la motosega:avevano l'ordine di abbattere il tiglio di mio nonno per fare spazio al cantiere. Mi misi davanti all'albero, con il cappotto blu e la borsa a tracolla. Il più vecchio dei due mi guardò a lungo, poi abbassò la motosega. ""Signora Ferrettti... io ho fatto la seconda elementare con lei. Nel '74. Non posso tagliarlo, questo albero. Ci ho fatto merenda sotto, quando avevo sette anni."
Tornarono al furgone e non si videro più. Daniele, informato,andò su tutte le furie:""La maestra blocca i cantieri! Si crede la padrona del paese!"" Ma io non ero al cantiere, quel pomeriggio. Ero in casa, davanti alla mia scrivania, con un quaderno a quadretti aperto. In prima pagina avevo scritto una sola parola, con la mia calligrafia di maestra:pazienza.
Non feci volantini. Non chiamai le televisioni. Non andai a protestare davanti al municipio. Lasciai che Daniele parlasse, si gonfiasse, promettesse. E intanto,in silenzio, mettevo in fila le cose.
Silvia Rinaldi,la mia alunna del 1981, quella dai quaderni ordinatissimi, ora era commercialista a Novara. Venne a trovarmi una domenica pomeriggio con un fascicolo sotto il braccio. ""Maestra, ho controllato il contratto preliminare che il comune ha firmato con la Magnoli. C'è una clausola che secondo me non hanno letto:'In caso di contestazione sulla proprietà dell'immobile, l'acquirente si riserva il diritto di recedere senza alcuna penale.'"" Sorrise. ""I signori della Magnoli non vogliono grane. Loro vogliono solo il parcheggio facile."
Poi da una busta gialla tirò fuori una fotocopia. ""E questo è il 'parere di pubblico interesse' firmato da Riva per la variazione di destinazione d'uso. Un geometra del comune me l'ha passato in forma anonima. È datato un giorno prima della prima riunione con Magnoli. E sa cosa c'è scritto in fondo? Che lo studio di impatto è stato effettuato e certificato dal comune."
""Ed è vero?"
""No, maestra. Lo studio non è mai stato fatto. La firma in calce è solo quella di Riva. È un falso."
Il primo del mese, la sala del consiglio comunale era piena come non la si vedeva da anni. C'erano tutti:i commercianti,i contadini,le donne del paese,i giovani tornati per l'occasione. E in prima fila, io,con la borsa di cuoio sulle ginocchia e il telo cerato dentro. Daniele Riva parlò per venti minuti,con la Magnoli seduta in prima fila,di ""nuova era"", ""sviluppo"", ""futuro"". Poi,con un sorriso, guardò verso di me:""E salutiamo anche la nostra cara maestra Ferrettti, che per una volta non ha niente da dire. Le piace il nostro progetto, maestra? Ha deciso di lasciarci lavorare?"
Mi alzai.
""Notaio Colombo,"" dissi con calma, ""lei è qui per rogare la vendita di un terreno di proprietà del comune. Forse le farà piacere vedere l'originale dell'atto con cui quel terreno è entrato nella disponibilità del comune."
Aprii il telo cerato. Il silenzio in sala era totale. Lessi ad alta voce, con la voce chiara di chi ha letto ad alta voce per quarant'anni:""Il signor Giuseppe Ferrettti, qui donante, dichiara di donare il fondo di sua proprietà... con l'obbligo che il terreno sia destinato esclusivamente ad attività scolastica... e con la condizione che, qualora l'attività scolastica cessi in qualsiasi tempo, il fondo ritorni nella piena proprietà dei discendenti del donatore,in perpetuo. Rogito del notaio Ferranti, 12 marzo 1936."
Daniele impallidì. ""È un falso! Un pezzo di carta del '36, chi l'ha mai visto..."
Il notaio prese il documento con delicatezza, come si tocca una cosa sacra. Lo esaminò a lungo, sotto la luce della sala. Poi alzò gli occhi:""Signor sindaco,la carta,la filigrana,la grafia... questo atto è autentico. È un originale notarile. E se è così..."" guardò il contratto che aveva davanti, ""...questa vendita non può essere rogata. Il comune non ha mai avuto la piena proprietà."
Daniele urlò che ero io la truffatrice, che avevo comprato un documento al mercatino delle pulci. Silvia si alzò in seconda fila:""Signor sindaco, io sono Silvia Rinaldi, commercialista. Questa è la trascrizione catastale del 1974 su cui il comune basa la sua proprietà. È basata su una dichiarazione falsa, perché l'atto originale dice il contrario. E questo,"" aprì il fascicolo, ""è il suo parere di pubblico interesse, datato prima ancora che il consiglio comunale fosse informato del progetto. Firmato da lei, da solo, con certificazioni che non sono mai state fatte."
In quel momento la porta della sala si aprì. Due finanzieri in divisa entrarono e si avvicinarono al banco del sindaco. ""Daniele Riva? Dovrebbe seguirci per un accertamento. Ha il diritto di farsi assistere da un avvocato."
La Magnoli fece finta di nulla, ma il giorno dopo, con la sua clausola di recesso, ritirò tutto senza penali. La vendita non si fece mai. Il comune dovette restituire i soldi, annullare le delibere, e pure fare i conti con l'Anac, che aprì un'istruttoria sulla gara. Daniele si dimise una settimana dopo. Poi si trasferì al capoluogo, dove un vecchio amico gli trovò un posto in una fondazione. Le voci dicono che il processo sia ancora aperto, per falso e turbativa d'asta. Io non lo so. Io non ho mai più seguito la sua storia.
La scuola è ancora lì. L'hanno pulita, ridipinta, e al piano terra adesso c'è la biblioteca del paese,con il mio nome sopra la porta:""Biblioteca Elena Ferrettti"". Le maestre nuove insegnano nelle due aule al primo piano,e il tiglio di mio nonno è ancora in piedi, più verde che mai. Alla fine dell'estate hanno organizzato la festa della scuola nel cortile:cento metri di tavoli,le recensioni dei bambini,il coro. Quando Don Ezio mi ha consegnato una targa con scritto ""Alla maestra che ha salvato la nostra scuola"", ho pianto,e non mi sono nemmeno vergognata.
Domenica scorsa sono passata davanti al cancello. Un bambino con lo zaino nuovo correva nel cortile,e per un attimo mi è sembrato di vedere Marco, quello delle palline di carta,e Silvia con i suoi quaderni ordinati,e Daniele Riva, piccolo e con la merenda nel sacchetto, prima che diventasse ciò che è diventato. Anche lui era stato un bambino, una volta. Anche lui aveva attraversato quel portone con gli occhi pieni di fiducia.
Chiara mi ha chiamato ieri sera. ""Mamma, ho letto tutto. Perdonami."
""Non c'è niente da perdonare, amore mio. Quando eri piccola ti ho insegnato a fare la cosa giusta anche quando costa. Avrei fatto la figura della bugiarda se non l'avessi fatto io per prima."
Ho chiuso il telefono e sono uscita. Ho fatto trenta passi verso casa, con il profumo del pane che usciva dal forno di Gino e la campanella che suonava per la ricreazione. Quarant'anni della mia vita,in quel suono. E ho pensato a nonno Giuseppe, con le sue mani grandi come badili, che non sapeva leggere benissimo ma sapeva esattamente cosa significava una firma.
""Se un giorno la scuola chiude, il terreno torna ai Ferrettti."
Non è mai chiusa, nonno. Non finché ci saranno bambini che imparano a leggere in questo paese. E non finché ci sarà una vecchia maestra che sorride, quando gli altri urlano.